Capitolo Uno
Sono seduto non proprio al centro del lungo sedile in fondo a un moderno pullman in viaggio per l’Europa. E questo di per sé è straordinario. Perché io odio i pullman, li ho sempre odiati, e soprattutto odio i pullman moderni, non solo per la puzza intensa e nauseabonda di plastica e tappezzeria sintetica, ma per come tutti – e nella fattispecie il sottoscritto – siano costretti a sorbirsi i presunti desideri della maggioranza sotto forma di schermi televisivi collocati più o meno ogni sei sedili alla base del portabagagli, nonché ovviamente di musica che filtra da invisibili altoparlanti. Tanto che perfino mentre lasciamo Piazza dell’Università per incanalarci in Corso Vercelli nel traffico mattutino di questa strana città dove vivo da tanto tempo, una città d’asfalto di tram di nobili facciate e di marocchini che vendono sigarette di contrabbando poggiate sul marciapiede e riparate dagli ombrelli – perché piove, come sempre a Milano a maggio – perfino adesso, prima che il lungo viaggio sia davvero cominciato, ci tocca ascoltare la voce tronfia di uno che canta con raucedine fasulla e compiaciuta di un amore passionale che non può, sostiene, dimenticare, e che gli ha rovinato per sempre la vita, come dire l’ultima cosa che vorresti sciropparti poco dopo le otto di un lunedì mattina, e non molto dopo il tuo quarantacinquesimo compleanno. Anche se vari fra i passeggeri più giovani cantano in coro (al pari, immagino, delle reclute di primo pelo dirette al fronte). Continue reading
